Dal 2021 l’industria esce dalla Tari

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
01/11/2020
|

Con il decreto legislativo 116 del 2020, che recepisce la disciplina europea e che entrerà in vigore dal prossimo gennaio, il reparto industriale esce dalla Tari, mettendo fine ad anni di problematiche interpretazioni delle norme.

I rifiuti si distinguono in due categorie: quelli prodotti a livello domestico/urbano e quelli prodotti dalle imprese. Per effetto di una disciplina europea, i rifiuti urbani possono essere gestiti anche tramite privativa pubblica (cioè le società municipalizzate) mediante ovviamente l’imposizione di una tassa, la Tari. I rifiuti prodotti dalle imprese, invece, sono oggetto di libero mercato, quindi le aziende devono rivolgersi a operatori autorizzati – privati – che svolgono attività di ritiro, trasporto, riciclo, recupero e smaltimento.

In queste norme, all’apparenza così chiare, si è nascosta per anni una zona grigia. Infatti nonostante la separazione netta degli ambiti, fino all’emanazione del citato dlgs 116/2020, le imprese italiane sono state di fatto agganciate alla Tari – che pagano obbligatoriamente, talvolta non beneficiando neppure del servizio pubblico per assenza dello stesso o perché lo smaltimento è già del tutto in carico a operatori privati – grazie alla cosiddetta « assimilazione» dei rifiuti delle imprese a quelli urbani. A decidere cosa assimilare o meno, peraltro, sono stati finora gli stessi Comuni, mediante proprio regolamento, dando luogo quindi a una disciplina a macchia di leopardo sul territorio (con implicazioni tra l’altro anche sulla corretta concorrenza tra imprese, per esempio, basate su comuni diversi e con regole diverse).

In questo modo l’industria ha, di fatto, sussidiato per anni un servizio pubblico che non ha ricevuto, perché talvolta neppure previsto dai Comuni per le aree industriali o perché comunque eccedente rispetto al servizio già affidato agli operatori privati.

La norma, facendo chiarezza definitoria, esclude che impianti e capannoni industriali producano rifiuti urbani e che per questo possano rientrare nel campo di applicazione della tariffa.

Sullo sfondo, rimane ancora più evidente che lo smarcamento dell’industria dalla tassa sui rifiuti aprirà un solco nei bilanci degli enti locali: circa 1/6 degli incassi relativi, stando a fonti interne, deriverebbe dalla raccolta sul soggetto d’imposta che è stato depennato.